La lingua di Dominique Fabre

È un uomo semplice, Pierrot, un uomo modesto e malinconico. E da dietro il bancone dell’anonimo bar di banlieue in cui fa il cameriere, ci racconta la sua vita ammaccata, qualche sogno stropicciato, molte delusioni e alcune sbandate.
È un uomo a posto, Pierrot, dignitoso e gentile, che scruta il mondo dal riquadro del vetro del bar e nelle parole con cui lo racconta, in un lungo discorso interiore, c’è il tocco delicato e la carezza incerta di chi ha preso qualche colpo dalla vita e anziché restituirlo, anziché inacidirsi nel risentimento o soffocare nel dolore, pensa si possano guardare gli uomini e le cose con una misurata tenerezza. Una misurata tenerezza sbilenca, titubante per un eccesso di riguardo, è anche la cifra della lingua che Fabre presta al suo personaggio, al suo cameriere ligio e gentile. C’è la lingua popolare, c’è il passo disordinato dell’oralità, ma c’è anche, sempre, un ritegno, la titubanza di chi si muove con un passo leggero per non disturbare, per non urtare. Così si racconta Pierrot, in punta di piedi, con parole che vogliono essere ammodo e lunghi periodi che sembrano mani che si torcono dall’imbarazzo. E in quel procedere discreto entrano storie, volti, amori, fughe, vite che si posano per un istante sul bancone del bar, in una commedia umana dove tutti i personaggi, filtrati dallo sguardo empatico di Pierre, portano il loro carico di speranze, di sogni e di delusioni. Una grande prova di scrittura, dalla tenuta impeccabile.

Testo di Yasmina Melaouah

Author: calabuig

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